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Ugo Rossi (PATT): Autonomia svuotata

09/02/2019

Tra i vari temi affrontati in questi giorni dal Consiglio provinciale, uno dei più significativi è stato quello relativo all’introduzione a livello nazionale del cosiddetto Reddito di cittadinanza.

Discutendo di questo strumento e delle sue ripercussioni sul sistema di welfare provinciale – in particolare sulle politiche di inclusione sociale e di contrasto alla povertà – abbiamo colto l’occasione per fare presente che il modo con cui si affronta questo tema può’ essere la cartina di tornasole per capire non solo quale sia la concezione delle politiche sociali del “governo del cambiamento” trentino, ma anche quale idea di autonomia lo animi.

Qui mi soffermerò’ su questo secondo aspetto.   Per verificare, in buona sostanza, se il valore della specialità’ e della sua tutela prevale o meno rispetto ad appartenenze partitiche e contiguità ideologiche.

L’introduzione del Reddito di cittadinanza nel nostro territorio pone una serie di rilevanti interrogativi di natura giuridica e finanziaria, che derivano soprattutto dalla natura “speciale” della nostra Terra e dalle modalità innovative attraverso cui questa Specialità è stata sempre declinata e valorizzata negli anni, mai rinunciando ad esercitare le proprie competenze in materia.

In Trentino, infatti, grazie alla concreta e lungimirante valorizzazione delle nostre prerogative autonomistiche, abbiamo introdotto ed implementato da anni politiche sociali innovative in tema di inclusione sociale e contrasto alla povertà.

Di queste misure fa parte il cosiddetto reddito di garanzia, poi confluito nell’Assegno Unico, attraverso il quale riusciamo a garantire un importantissimo sostegno alle fasce più deboli e meno abbienti della popolazione.

Si tratta di uno strumento dal duplice significato, che ci ha permesso di essere precursori in un ambito fondamentale per le prospettive di sviluppo di una comunità autonoma e di esercitare fino in fondo quelle competenze e quelle prerogative che negli anni siamo riusciti a tutelare, migliorare, rafforzare e sviluppare.

In Trentino, quindi, i livelli essenziali di assistenza ora introdotti e disciplinati dal Reddito di Cittadinanza statale già ci sono e funzionano. Non solo, il nostro sistema è più ampio e meglio si adatta al nostro territorio ed alle sue specificità, sia per quanto riguarda il pacchetto di misure previste, che per la possibilità di collegare tali misure di sostegno alla povertà con quelle in tema di incentivo alla natalità ed alle politiche del lavoro.

La Provincia si è quindi trovata a dover individuare le modalità attraverso le quali integrare il nostro sistema con le novità nazionali.

La cosa che sconcerta e preoccupa è il modo con cui l’attuale Giunta provinciale ha fatto questo.

Il Presidente Fugatti anziché far prevalere il nostro sistema, come invece ovviamente vuole fare l’Alto Adige, ha accettato la supremazia del sistema statale e si è limitato a presentare in sede locale alcune modifiche all’attuale normativa provinciale, rinviando alla legge nazionale e che sono volte ad estendere il requisito dei 10 anni di residenza anche al nostro reddito di garanzia.

Poteva e doveva invece salvaguardare il nostro impianto e semmai se lo riteneva opportuno modificarlo in autonomia.

Oltretutto per la fretta di sventolare la bandiera leghista dei 10 anni di cittadinanza e residenza (previsione che non ha eguali in Europa) si è recepita una norma nazionale non chiara sotto il profilo della pratica applicazione, di incerto significato (come ammesso dalla stessa giunta) in relazione alle sue ricadute finanziarie sul nostro bilancio e passibile di modifiche in sede di conversione in legge del decreto che la contiene.

La giunta provinciale avrebbe dovuto esercitare le prerogative statutarie e autonomistiche in maniera decisa, forte e convinta, non rinunciando a disciplinare autonomamente la materia e avviando una trattativa con il Governo nazionale volta a riconoscere e valorizzare la nostra competenza in materia.

La passiva accettazione delle decisioni statali è invece un brutto segnale per la nostra Autonomia.

Rinunciare ad esercitare le competenze e a difenderle sempre, anche ricorrendo alla Corte Costituzionale, quando sono svuotate da norme statali, è il primo passo per una progressiva perdita di significato della specialità autonomistica. Lo è ancora di più nel momento in cui il presidente Kompatscher annuncia invece di volerle utilizzarle   a pieno e di difenderle, anche con il ricorso alla Corte.

Quello di una diversa percezione del senso e delle motivazioni dell’autonomia fra Trentino e Alto Adige è un pericolo concreto, oggi ancora più pesante alla luce delle richieste (giuste) di maggiore autonomia di alcune regioni ordinarie a noi vicine.  Non si tratta di dovere sempre e per forza imitare i cugini di Bolzano ma di tenere ben presente che quando sono in gioco competenze statutarie muoversi in sintonia rafforza entrambi e mantiene viva una sempre più sopita coscienza autonomistica.

L’auspicio è quindi che in futuro l’attuale governo provinciale riesca ad essere più autonomo e meno remissivo nei confronti di Roma.

In gioco c’è il futuro del nostro sistema di autogoverno.